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  pi Mi trAdiSci pi Ti AmO
Cera una volta un Portiere.Cerano un Giocatore di Rugby e uno di Pallanuoto, e un Tennista, e un Canottiere, e un Pedalatore.Ed erano tutti la stessa persona: quando lAmore della tua vita si chiama Genoa, meglio che ti trovi delle distrazioni...Un giorno, tra un terzo tempo e una remata nel superbacino di Genova, il nostro eroe scopr Osvaldo Soriano; e poi Brera, e Maras, e Galeano, e Ameri & Martellini, e Clerici e -cherchez la femme- pure Lea Pericoli. Ed.. ecco! si sent ispirato: e poich non era pi un giovincello, e alle Olimpiadi ancora non lavevano chiamato, si mise a scrivere:Se non posso essere Achille -pens- ebbene, sar Omero.Questo blog, perci, potrebbe essere la nuova Iliade. Passate parola.
 
 
 

09.05.2006

Signor Presidente del Genoa, *
Lei, allinizio, non mi piaceva. Diffidavo dai suoi troppi proclami, e troppi allenatori, e troppe squadre possedute - o cercate - in passato. Poi, ho visto il Genoa divenire una piazza ambita, da due anni ai vertici del proprio torneo; ho visto sorgere una cittadella rossoblu intitolata al Capitano, e sbocciare formazioni giovanili di sicuro avvenire. Il Genoa di oggi non ha più debiti, e conserva invece il proprio nome, e la propria Storia. Ebbene, dicono che di quella storia siamo al punto più basso: io non sono daccordo. Dicono che Lei non mantenga le promesse, si associ per delinquere, e sia un infame; dicono non abbia a cuore il bene del Genoa. Peccato che a dirlo siano quelli per cui il Genoa è solo un pretesto: per ottenere guadagni, impunità, o una platea da abbindolare. Ma quella gente, la stessa da cui Osvaldo Bagnoli ci mise in guardia 15 anni fa, non può parlare in mio nome. Può okkupare la Nord, certo, salire sul pulpito o tramare a tavolino, o calare su Pegli a man armata. Ma non sarà mai il Genoa. Il Genoa trascende costoro, e Lei, e me. Chi lo ama davvero non lo può possedere, né tenere in ostaggio. Questo è il momento di stringerglisi attorno, senza chieder nulla. E se Lei anche solo per un attimo - oggi - ha pensato di mollare, non lo faccia. Non ora. Quelli dalla sua parte saranno forse silenziosi: ma sono la maggioranza. Aspettano di vedere il Progetto realizzato, perché sanno che tanto più in su volerà il Grifone, tanto più chi ci vuol male resterà schiacciato a terra, impotente, inutile. Il suo fato a Genova ancora non si è compiuto, Presidente. Restiamo uniti, e andiamo A prenderci ciò che ci spetta. * (pubblicato su "il Secolo XIX", 4 maggio 2006)

  ore 12:25 [ ]
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14.01.2005

MEGLIO COPPA CHE 'CAMPIONI'

E piena di bollicine, ma raramente qualcuno se ne accorge: molti nemmeno sanno cosè, la TIM Cup.

 

Un tempo si chiamava Coppa Italia, e dava accesso alla Coppa delle Coppe. Data limportanza della Coppa in buona parte dEuropa, capitava di trovarci la crème del calcio continentale. Vantava un albo doro nobile, con la Juve a un passo dalla decima sinfonia, e figurava in bacheche dantica schiatta come quelle di Genoa, Torino e Vado.

 

Oggi la coppetta serve per far esperimenti, per far giocare i portieri di riserva; o lasciare un po di briciole pallonare a mamma Rai. Può capitare che si giochino tre turni in agosto e poi più nulla fino a novembre. Con il retour-match a gennaio, alle 3 di pomeriggio di un mercoledì. Risultato: spalti vuoti, audience quasi nulla. Ed è un peccato.

 

La stragrande maggioranza dei suiveurs, quelli che - in una sorta di infinito replay - non perdono un pareggio dellInter o una sostituzione di Del Piero, un gol di Sheva o una Cassanata, non sa nulla della TIM Cup. Si è persa, così, la vittoria del Davide bergamasco (lAtalanta, -6 dalla penultima in classifica) sul Golia bianconero (la Juve arcigna di Capello, difesa di ferro e +4 sulla seconda). Una resurrezione degna di Lazzari, il promettente giovinotto che in due partite ha infilato a Madama qualcosa come cinque gol. Inediti ruoli da superstar hanno trovato anche Antonio Filippini (2 gol negli ottavi), il cotechino bielorusso Kutuzov, il desaparecido uruguaiano Franco, i redivivi Dellas e Maccarone.

 

Nellandata a Palermo, Crespo, a digiuno da mesi, ha infilato il gol che ha aperto una serie infinita, ancora ininterrotta; e Coloccini si è tolto la soddisfazione di non far segnare Adriano: anche se era solo un omonimo. Contro il Parma Portillo ha eseguito lunico - o quasi - acuto della sua comparsata in viola, e il baby romanista Corvia, a Siena ha finalmente inquadrato la porta. Nonostante il muro di fumogeni eretto dagli ultrà giallorossi, così fitto da provocare unora di sospensione. Il giorno prima, complice un più genuino nebbione padano, Martins aveva infilato al Bologna tre gol in venti minuti.

 

Ancora meglio ha fatto ludinese Di Michele. Non solo, al pari del gemello Di Natale, ha timbrato tre volte la porta del Lecce. Ma, al 95° della partita dandata, si è pure tolto lo sfizio di parare un rigore di Vucinic. Così, a Via del Mare era finita così 5-4 per gli ospiti (dopo che il Lecce era passato a condurre 3-0, e con gol decisivo friulano al 93°). Al Friuli, lUdinese ha infilato 2 gol negli ultimi due minuti, annullando l1-4 che avrebbe qualificato la banda Zeman. Per il boemo - forse lui solo - e la sua difesa, non cè differenza tra la bistrattata Coppa Italia e il Campionato        

 

Una bella differenza cè stata, invece, per quello che in una notte ha rischiato di diventare il nuovo Rui Costa, il gigantesco olandese Esajas. Amicone di Seedorf ai tempi della primavera doro dellAjax, si era perso per strada fino ad assumere una matronale sembianza over-quintale, lavapiatti in unanonima cucina di Amsterdam. A qualificazione raggiunta (e dopo averlo sottoposto ad una rigorosa dieta), Ancelotti gli ha regalato uno scampolo di partita. Lui ha ricambiato con una poderosa galoppata sulla fascia e due quasi-assist millimetrici.

 

Fosse accaduto in campionato, SKY ci avrebbe montato sopra un reality show. Invece, è  rimasta una storia semplice per pochi intimi, un ennesimo ricamo di romanticismo su una coppa che, ormai, si fa notare solo dalle semifinali in su.

 

Proprio questo, ci piace, di quella che chiamano TIM Cup.     

  ore 16:14 [ ]
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29.10.2004

IL CALZINO DEI CAMPIONI (un... pensierino al 2010)

Alzi la mano chi, italiano, capisce qualcosa di baseball. Chi non crede che il Diamante sia solo il miglior amico di una ragazza, la Mazza una diafana modella argentina e il Catch una faccenda che riguarda lUomo Tigre.

 

Tutti, è vero, abbiamo delle reminescenze: Charlie Brown travolto sul monte di lancio, un marito di Marilyn, un film qualsiasi di Kevin Costner. Gli unici Calzini Rossi di cui sapevamo finora, però, erano quelli scaramantici di Sir Peter Blake; magari, chissà, li porta anche Schumi.

 

Lasciate dunque che vi presenti i Red Sox di Boston, un pezzo -quasi sbiadito-  della storia di questo sport. Non vincono un titolo dal 1918, e stanno giocando contro la squadra più forte, famosa e vincente del mondo. Il Real Madrid della situazione sono i New York Yankees, quelli di cui Magnum P.I. portava il berrettino.

 

Quelli di Joe Di Maggio, Babe Ruth e Lou Gehrig... sì, lui. Prima darrendersi al male che porta il suo nome, Lou giocò a New York 2130 partite consecutive; la sua vita divenne un film così -nel suo ruolo- anche Gary Cooper fu uno Yankee.

 

Ora, se la geografia non è un opinione, New York Vs. Boston è un derby: comincia forse nel lontano 1920, quando dal Massachussets cedono ai rivali proprio Babe, il Pelé del baseball.

 

Da allora, NY porta a casa ventisei titoli del mondo, e i Sox non si schiodano da quota cinque. Ma cè uno striscione, questanno, al Fenway Park di Boston: Curse-Killing with Curt Schilling. La maledizione da uccidere sono 85 anni senza vincere; quanto a Schilling, lanciatore prelevato in Alaska, è come il Signor Wolf di Pulp Fiction. Risolve problemi, Curt.

 

Come quando Boston, nella serie finale di league (al meglio delle 7 partite) si trova sotto 0-3. Normale, per chi ha perso le ultime quattro finali di lega, e non arriva alle World Series da ventanni. Scontato, contro il Real della Grande Mela. E poi, nessuno ha mai rimontato da meno tre.

 

Invece, un match dopo laltro, Boston gusta la sua vendetta: gara 7, quella decisiva, finisce Addirittura 10-3. La storia, di colpo, si rimette in moto: e certo non possono essere i Saint Louis Cardinals, avversari nellatto finale, a fermarla. I Red Sox asfaltano di home-run le prime tre partite poi, per evitare dejà vu, mettono  il cappotto.

 

Dalla scorsa notte, la maledizione si è eclissata con la luna, e  lo spirito di Babe Ruth ha smesso di vagare come lOlandese Volante: da questa mattina, tutti i  titoli di New York non valgono come il 6° di Boston. Di baseball capiamo poco, è vero, ma pensate se già domani ricominciassero le World Series.

 

Questa volta, dateci Juve e Pro Vercelli. O magari

 

  ore 11:48 [ ]
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09.09.2004

CANTAMI, O VIDEO (1) - Cronache da Olimpia.. o quasi

Hanno chiuso, i XXVIII Giochi Olimpici dellera moderna, con linno di Mameli che si perdeva tra le stelle di Atene, e lazzurro Baldini cinto dagli effetti speciali della cerimonia di chiusura. Non andò così bene al suo antenato Fidippide: finita la Maratona non ebbe fuochi dartificio, ma solo la pira destinata ai defunti. Nè al suo concittadino Pietri che, quasi centanni fa, loro se lo vide sfilare dal collo.

 

Pur orfano di Nonno Dorando, Baldini è comunque in buona compagnia: Zatopek, Bikila, Cierpinski. E leroe nazionale Spyridon Louis. Lultimo italiano a vincere  era stato Bordin, nel 1988: quel anno, il velista brasiliano Grael era già alla sua 2ª olimpiade (e medaglia), Birgit Fischer alla terza. Cerano anche questanno, sulle acque egee, veri e propri eroi mitologici affamati di allOri; avranno un posto accanto a Posidone, e come loro la rumena Lipa (5 ori, come Sua Maestà Redgrave), gli inossidabili Rossi & Bonomi, fräu Idem. E il surf -ahimè, senza wind- di Ale Sensini.

 

E invece rimasta a bocca asciutta Merlene Afrodite Ottey (alla 7ª Olimpiade), fuori dalla finale dei 100 per una misura di seno. Ci mancherà, a Pechino, e ci mancheranno Gebre, Popov, e Fredericks, quattro argenti in carriera e un quarto posto nella finale dei 200. Chissà se rivedremo Jeannie Longo, o Maria Mutola, sorpassata sul traguardo da tre avversarie, o la carabina di Emmons, ultima dopo una serie perfetta di 10: quello decisivo, però, nel bersaglio sbagliato. Chissà come faremo  senza limmenso Yurichechi, Gail  Catwoman Devers, investita da un ostacolo, o la Erinni del Tennis, la Sanchez, per cui loro rimarrà imprendibile.

 

Una carenza di... metallo, quella della povera Arantxa, che certo non tange Ian Thorpe (9ª medaglia in due olimpiadi), il quasi-Spitz Phelps (6 ori ad Atene), o Justin Hermes Gatlin, lUomo Più Veloce di Olimpia. L'oro mancante è arrivato anche per  Hicham El Guerrouj, che ha rifatto Nurmi e a Pechino punterà i 10.000, il decatleta Sebrle e la ninfa Amanda Beard, finalmente degna di impalmare Ian il Tonno. Nè Felix Vittorioalfieri Gonzales, 43 vittorie in fila, che perse gli ultimi 400 proprio a Sydney.

 

Una che non rivedremo è  Fiona May, che ha comunque dato gloria alla maglia azzurra. Quanto agli altri oriundi (Howe, Garcia, Martinez), non hanno fatto figura migliore di un Camoranesi qualsiasi Come loro Rosolino -una delusione su tutte- fatalmente distratto dalle copertine e dagli ozi di Capua. 

 

Meglio del nuoto semplice la versione con la palla, e un Setterosa la cui finale brivido (ai supplementari e contro i padroni di casa) ha risvegliato le emozioni di quella  maschile del 92. Benino anche le fiorettiste (imitate dai maschi): Vezzali & Trillini, offese per la cancellazione della gara a squadre, hanno deciso di giocarsi loro senza nemmeno uscire dalla loro stanza.  Nemesi attivissima tra le squadre maschili, dove il Settebello è colato a picco per mano di Sandro Campagna, e gli altri sport pallonari (basket e volley, sconfitti rispettivamente da Argentina e Brasile) avranno fatto gioire chi in Sud America masticava amaro sin dal Mundial dell82.  (1 - continua)

  ore 15:38 [ ]
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09.09.2004

CANTAMI, O VIDEO (2) - Cronache da Olimpia.. o quasi

(2 - continua) A proposito, cera anche il calcio, ad Olimpia: un torneo banale, vinto dallArgentina senza mai subire un gol, e poco nobilitato dal girare a vuoto di Pirlo & co. Liberati dal demenziale mezzo schermo che ci ha fatto perdere il meglio dellatletica, non ne conserviamo che due flash: il ghigno da pescecane di Tevez (basso, brutto e geniale abbastanza da poter vestire il sacro numero 10 dellArgentina) e laddio alle scene di Mia Hamm, che fu la prima di milioni di calciatrici americane, e chiude con il bronzo la sua collezione di metalli.

 

Altre istantanee sono il volo bubkiano della Isinbayeva, falena a sfiorare il braciere olimpico, e quello quasi pindarico di Igor Cassina; il Göttdammerung del Dream Team e quello della 4x100 USA, che schierava 2 ori e 2 bronzi tra 100 e 200; il cappellino e la rassicurante pancia di Marco MichaelMoore Galiazzo, la marcia stilisticamente impeccabile (vero, Tsoumeleka?!) di Ivano Brugnetti, la Bati - esultanza di Andrea Benelli e le bizze da cartone animato dei cavalli impegnati nel Pentatlon.

 

Del ritorno a casa dei Giochi resteranno gli incliti versi di Andrea Fusco, e i bronzei grugniti di Galeazzi; il tennista Massu (due ori per il Cile, che non ne aveva mai vinto) che chiama dagli US Open per chiedere a un amico di raccattare, assieme a un CD e due paia di calzini, le medaglie lasciate ad Atene; e tutti i kiwi, cui la madrepatria ha imposto (a tutela della biodiversità) di abbandonare le corone dalloro. Rimarranno le sciagurate imprese di Svetlana Korkhina, nuda su Playboy, e di Misty May, oro nel beach volley dopo aver cosparso la spiaggia-campo con le ceneri della madre. E chissà se qualcuna ha riscosso la taglia -500 verdoni-  messa sulla testa di Andy Apollo Roddick: sulle sue labbra, per la precisione.

 

Delitti veniali, in fondo, come quello perpetrato dal catering  verso le principesse di Spagna e Inghilterra, cui è stata servita la cena -ohibó- in piatti di plastica. È andata meglio ai pari - sangue Alberto di Monaco (che ha invitato le azzurre di beach volley a una esibizione privata) e allemiro El Maktoum che, sparando allimpazzata, ha riportato a casa la medaglia doro. Placatane la fame di piattelli, ora le sue mogli potranno tirar fuori il servizio buono.

 

Resterà invece poco o niente dei gentleman sorpresi a barare davanti al Sacro Fuoco: Kenteris & Thanou, i lanciatori Annus, Korzhanenko, Fazekas: Mirone, se fosse vivo, dovrebbe prenderli a martellate. Gente di cui Olimpia non ha bisogno, come di certi giudici orbi dellignobile lottatore iraniano -tal Miresmaeili- che ha rifiutato di affrontare un israeliano.

 

Sarebbe invece piaciuto a De Coubertin lo sciabolatore Nemecsik, infilzato da Aldo Achille Montano (uno dei due Ori di Ciampi, con Grillo Bettini) dopo avergli curato i crampi. Gli sarebbe piaciuto il velista Friedman, primo oro nella storia di Israele, che si è ricordato delle vittime di Monaco. È proprio allora, quando si specchiano nella loro storia, che i Giochi tornano a essere solo Sport.

 

Qualcosa di cui, ingenuamente, sento spesso la mancanza. (2 - fine)

  ore 15:30 [ ]
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28.07.2004

IL RE AMERICANO È GIALLO. DI RABBIA.

Puoi venire scambiato per qualcuno di famoso, se ti chiami Simeoni, anche se sei solo un onesto gregario. Ti prendono per Sara, lAngelo Azzurro di Mosca 1980, o forse per il Cholo, furente centrocampista di Lazio e Inter. Quando poi spieghi che tu corri in bici, è quasi certo che ti credano il Gibo di Palù, senza capire che ci fai alla Domina Vacanze.

Poi di colpo tutti sanno chi sei. Lo sa (quel che resta di) Re Leone Cipollini, che batte i piedi per non portarti al Tour. Anche se al Tour, lui, ci rimarrà tre giorni. Lo sa il Gruppo, che ti tratta come un paria, e ti viene a riprendere ogni volta che fai un metro in avanti, anche se non sei più un pericolo, e Parigi è più vicina di quanto non lo sia tu ad Armstrong.

Già, Lui. Quello, è il problema. Il nuovo Sceriffo, il Cannibale part-time, il Tourista. Lance il Magnifico, il Terribile, Lance lo si può dire? stronzo. Che succhia la ruota a Basso fino a Plateau de Beille e poi lo sfila a tradimento, con replica a Villard-de-Lans. Che fa piangere Klöden a Le Grand-Bornand, rischiando losso del collo pur di continuare a fare il babau. Che sul traguardo sembra van der Meyde o Inzaghi, più che Coppi o anche "solo" Cunego. 

Ti chiedi, chissà cosa passava nella testa del texano quando, a Tour (e record) già conquistato, si è mosso di persona per fare ai fuggitivi di giornata unofferta che non potevano rifiutare? O mollate Simeoni - quello che tutti scambiano per qualcun altro - o metto i miei boys a tirare, e vi mando tutti a casa. Violenza privata, lha definita un giudice proprio ieri, e Intimidazione di testimone.

Già, perché - quasi dimenticavo - il problema di Simeoni (che si chiama Filippo, a proposito) è quello di essere teste in un processo contro il Dottor Ferrari; quindi, di riflesso, Armstrong. Doping, ça va sans dire: non è quello del maillot, si sa, lunico Giallo che riguardi il Re Postino. Nudo, ormai.

E tu, piccolo, insignificante Simeoni, come ti permetti di dire a un giudice ciò che tutti - stampa, commentatori, la sua ex massaggiatrice - ripetono da mesi? Io ho tempo e soldi, e tu non salirai più su una bici. Campioni si diventa; signori, no. Scrostando il fango da quello che doveva essere il passaggio alla Storia di Armstrong, ecco come anche la storia in minuscolo,  questa -piccola, ignobile- storia, insegni molto.        

Non ai Francesi, che da mesi paragonano Lance al concittadino Bush. Quanto a me, mentre osservo questo arrogante Texas Ranger guardare dallalto fuoriclasse come Merckx, Hinault, Indurain, penso che delle Giacche Blu di Armstrong, il Ciclismo, possa fare a meno.

  ore 14:18 [ ]
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27.07.2004

L'AUDACE COPA DEI SOLITI NOTI*

Domenica in Perù, lemisfero Sud eleggerà la sua regina. Senza sorprese: alla Grecia, cinta dell alloro europeo, farà compagnia un pezzo di storia del Futeból. Sarà Argentina, o sarà Brasile. Ancora.

Il Brasile ha piegato di rigore lUruguay di Montero e del redivivo Darío Silva. Non cera Recoba, nella Celeste, o forse sì: raramente lo si nota, il Chino. I verde-oro, da par loro, hanno licenziato quasi tutti i meneghini: Ronaldo, Kakà, Roberto Carlos, Dida.

Lunico che cera, Adriano, è bastato: sei gol, e assist come perle nere: il resto lo hanno fatto Luís Fabiano, lo stopper-centometrista Don Juan, le stelline Klebérson e Diego. Troppa grazia, per un Cile inviso agli dèi e un Paraguay che punta ad Olimpia. Attenta, Italia: tolto Gamarra, i titolari di Copa sono tutti Under 23.

In finale sono pure gli Argentinos, orfani di Samuel e Crespo, ma forti di uno Zanetti dannata e un Saviola meno Conejo che mai. Capaci di asfaltare Ecuador e Uruguay, gli hombres di Biella, e poi rischiare il collo con le più umili Messico e Perù.

La semifinale con la Colombia, questione donore era. A tre settimane dalloltraggio del Caldas, agli Albiceleste non pareva vero di ritrovarsi davanti lombroso guardameta Henao, colui che aveva stregato il Boca.

La vendetta andrà pure consumata fredda, ma quando proprio lo Xeneize Tevez ha avuto una punizione sulla sua mattonella in lui - più che la Vox Populi - ha potuto la Nemesi. Uno a zero (e poi due, e tre); e Campioni a casa.

Così, ciò che non fu in Libertadores (avendo lOnce eliminato tutti i brasiliani) sarà allOK Corrall di Lima, e non solo una partita: piuttosto un De Bello Calcistico, unIliade con la Palla invece della Bella, e la Vita e la Morte -come in una haka in versione tonda- in novanta minuti.

Carnevale, o un giro di tango, uno sfarfallio di ara o il pasar di un condor, un colpo di tacco in un mulinar di tacchetti. Ci saranno 21 Copas, in campo, ma conterà solo la 22esima; due interi paesi, a sfidarsi, e ventidue uomini in mutande dietro al convento delle Carmelitane Scalze, e ogni Argentino e Brasiliano -da Angelillo a Zico- delle nostre memorie.

I media tireranno in ballo Maradona e Pelé, Soriano e Amado, Senna e magari Evita. Nemmeno Omero, questa finale, se la vorrà perdere.

* (pubblicato su "Il Giornale", 25/07/2004) 

 

  ore 10:51 [ ]
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20.07.2004

GIÀ LO CHIAMANO BASSÓ

Il sérige en Dauphin, dicono da queste parti, e sta diventando più di una frase fatta: una speranza, una sensazione. Un pronostico, per i più arditi. La faccenda, comunque, è seria: Ivan Basso Delfino di Francia vuol dire che, forse, qualcuno può fermare in tempo il Nemico Pubblico Numero Uno.

Lance Armstrong è una Minaccia pei Francesi, che devono salvaguardare i record domestici di Anquetil e Hinault; un Affronto su ruote, per i Belgi, da quando ha messo la freccia a Sua Cannibale Maestà Merckx; niente più di un Tourista, per gli Spagnoli, che ricordano le doppiette del Navarro Indurain.

E il nostro Basso, per tutta lEuropa ciclistica, è diventato lultimo Paladino sulla strada dellodiato Cowboy, ormai considerato il gemello a pedali di George Bush. Proprio non lontando da Roncisvalle, in pieni Pirenei, Ivañito ha dimostrato di esserci.   

Cera a La Mongie, quando molti in Italia già temevano che limpresa di Pozzato -perduti ReLeone e Monsieur Petacchi- sarebbe rimasta single. Invece eccolo, il varesino, a chiudere la porta in faccia a L.A. dopo averlo quietamente seguito -berrettino alla Gimondi, soprasella appoggiato comodo- là dove nessun altro era riuscito (per tempo) ad arrivare.

E cera pure il giorno dopo, a Plateau de Beille, talmente vicino da indurre il Grande Postino a pesare i secondi, e impegnarsi nello sprint. Era lì, Ivañito, chilometri più in alto di Ullrich, Simoni, Heras, di un Mayo talmente cotto da indurre Cancellara -altra maglia, e altro pedigree- a spingerlo. 

Qualche vecchio saggio ha visto Pantani (che sul Plateau vinse, nel 98), in quellIvan Basso, altri -chi scrive tra loro- sono tornati più indietro, a quasi quindici anni fa: Ivañito aveva undici anni, allora, e tra i monti della Grand Boucle pedalava il suo conterraneo Chiappucci.

In giallo nel 90 (sulle Alpi) davanti a Lemond; invano inseguito da Indurain, lanno dopo, proprio sui Pirenei; ancora in solitaria, come un condor, nel 92 al Sestrière. Amatissimo dai Francesi, eternamente innamorati del battu, El Diablo fu delfino di troppi, e mai arrivò a cinger la corona.

Oggi -mentre pian piano ci si volge alle Alpi, a una cronoscalata killer che termina sul pianerottolo di Casa Pantani- unintera schiatta di Re e tutto un (vecchio) continente trattiene il fiato. Sarà un altro Chiappucci, Ivañito il varesino, unipotesi di Poulidor? O sarà il Cunego doltralpe, quello che già chiamamo Bassó, in questo Tour che per i Grandi -tutti- vale i libri di storia?

Piccolo Principe il veronese al Giro, già Dauphin il varesino sulle strade del Tour: se esistono ranocchi Rosa, perché non Gialli?!

 

  ore 12:29 [ ]
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12.07.2004

L'ESTATE DI ROTEIRO, il Grande Illusionista

Rotola ancora, il diabolico Roteiro. Come una palla-pazza oversize attraverserà a lungo gli incubi di dieci milioni di portoghesi, e di qualche decina di bookmaker: paga cento a uno, Roteiro, mica uno scherzo. Tanto, vale lalloro continentale della Grecia pallonara.  

Rotola dove vuole, Roteiro, e già ai primi calci i portieri ci avevano avvertito: pallone inaffidabile, dispettoso, beffardo. Noi pensavamo a qualche gollonzo, al massimo, ad un impennata degli stop mancati. Credevamo fosse solo un pallone, Roteiro.

Un guscio di plastica blu e argento, taglia 5 per i canoni Fifa. Non diverso da un Tango o da un Azteca, pareva, con un futuro fatto di energumeni ni che lo avrebbero preso a calci o a testate. Vita grama, quella del pallone.

Finchè, Roteiro ha detto "basta". Dietro quellaspetto reazionario da
palla di cannone, lui, celava un animo rivoluzionario. Una volontà propria, il senso di una missione antica: La palla è rotonda, diceva la vox populi, ma Alcuni palloni avrebbe risposto Orwell sono più rotondi degli altri.

Non era quel tipo di pallone, Roteiro, quello che mandava i greci in gol solo di testa: alla Francia, ai Cechi e sì, anche in finale. Semmai unidea che si faceva pallone, zampillando come Minerva dalla testa di Zeus Onnipotente. Tondo davvero, Roteiro, uno che rotola senza copione:
un coriandolo, una goccia di sudore, una pallina da roulette in folle corsa verso il mai-dire-mai.

Piccoli Roteiro pelosi, quelli che hanno portato prima Anastasia Myskina e quindi la 17enne Sharapova a vincere in successione gli unici due Slam della storia russa. O Gaston Gaudio il Fortunato, professione underdog, a trionfare dal nulla- sul centrale di Parigi.

Magari due Roteiro lenticolari, sotto il sellino di Cunego, per dare al bocia lincoscienza di dar la caccia proprio Capitano; e una luna blu e argento, perfettamente tonda, a illuminare il PaloGrande di Manizales, Colombia. Dove gli Undici peones di Caldas, mai vista una Libertadores in vita loro, facevano la fiesta ai cannibali del Boca.

E di nuovo in Portogallo, Roteiro, poche ore dopo. In tempo per la Pazza Idea di Angelos Charisteas e compagni, per dar loro una palla libera da sudditanze, con cui giocare ai Miti Greci.  Chi accusava larbitro Merk di essere il dentista di Rehagel, forse domani misurerà i chilometri tra la villa di Herr Otto e Herzogenaurach, casa Adidas. 
Là, dove lImpossibile è  Nulla, e già fioccano le prenotazioni per il Tour, le Olimpiadi, le serie A di mezza Europa. Là, dove un pallone ha voluto che lo Sport tornasse Gioco.

I Portoghesi lo chiamavano Fado, ed era un canto struggente e quasi ipnotico; i Greci lo dicevano  Fato, capriccioso deux ex machina. Per gli uni e gli altri, ora è solo Roteino, lAnarchico.
Chissà se ne basterebbero quattro, sotto la Ferrari di Barrichello, per far saltare definitivamente il banco?

(6 luglio 2004)

 

  ore 15:27 [ ]
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05.07.2004

LIBERTADORES, FUORI I SECONDI

Ci siamo. Cala il sipario, nella notte italiana, sulla XLV° Copa de los Libertadores. Zero a zero landata alla Bombonera, uno dei teatri più calienti e fascinosi del pianeta. Ora i detentori dovranno scalare le vette del Palogrande; a Manizales, Colombia, 2.160 di quota. Nessuno, mai, è volato fin qui senza lasciarci le penne.

Quelli di Bianchi, però, non sono hombres impressionabili: la semifinale cuginicida, più che El Classico, sembrava Gangs of Buenos Aires. Tre espulsi allandata, già nel primo tempo, e vittoria con il minimo scarto. Tre espulsi al ritorno, con gol bianco-rosso allinizio, pareggio Xeneize allo scadere, nuovo vantaggio Millionario al 96°. Ai rigori, gli azul y oro sono persino noiosi: mai fallita una serie, fino ad ora. Chiedere al Milan

Così, ecco unaltra finale per i campioni  uscenti. Pronti per la Sesta Sinfonia, e poi volare a contendere a Del Neri lultima Intercontinentale di sempre. Resta al palo il River, e a bocca asciutta Torito Cavenaghi, il Gilardino della pampa. Destino comune al parmense, ferie anticipate: ma lui, almeno, se lè potuta giocare. Il River si consola con mezzo scudetto, il Clausura: mentre sta peggio il San Paolo, estromesso nellaltra semifinale dall Once Caldas, e che in campionato viaggia a 20 dalla vetta. Niente Luis Fabiano, per la difesa del Boca: e niente Diego & Robinho, fenomenini del Santos che fu di Pelè. Altro turno, stessi giustizieri.

Si tributino i dovuti onori, a chi ha vinto le massime casate brasiliane: anche se un po ci dispiace, se ci fanno quasi rabbia -gli Undici Ammazzasette di Caldas- usurpatori di unaltra pagina epica. Hanno
saputo unire futból bailado e la giusta dose di calcio(ni), però, e
meritato il loro primo Ultimo Atto.

E per i Bocannibali, che da tre anni dettano legge nellemisfero Sud, questa volta non sarà una passeggiata: ci vorranno polmoni d'acciaio e piedi vellutati, ci vorrà fame, e corazón. Uno, soprattutto, quello
grande e malandato di El Diego, nume e primo tifoso del Boca.

Proverà ad esserci, là sulla Cordigliera, alla Grande Corrida,: 
porterà la vecchia maglia azul y oro, che al primo gol diventerà
bandiera, e un frammento del sueño, del Brasile-Argentina
che -questa volta- non doveva essere. 
Non stupitevi, se anche noi romantici terremo per i favoriti.
(30 giugno 2004)

 

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30.06.2004

INCIPIT

Poichè alcuni Lettori di questo blog mi chiedono informazioni sul "più mi tradisci,
più ti amo" primigenio, qui di seguito il retro di copertina dell'opera medesima
(Fratelli Frilli Editore, 3a Edizione)

Dagli anni Settanta ad oggi, da Montevarchi -passando per Liverpool- al Tar di Catania. Un viaggio  attraverso gli episodi, le gesta dei (pochi) fuoriclasse, le malefatte delle (molte) comparse. Un libro che nasce la sera del homenaje per Signorini per raccontare, in quarantacinque flash depoca, il gol di Faccenda a Napoli o quello -fantasma- di Russo a Monza; il ciuffo cotonato di Peters e la chioma messianica di Centofanti; lo scambio Capezzuoli-Nela e i duelli tra Gorin e Zorro, tra Nicola e Bjorn Borg. Vedrete Morello incontrare Kafka, e Ruotolo nei panni di Mercurio; Policano a caccia del Pallone dOro e Pruzzo su un galeone pirata. Scoprirete che nel Genoa di Claudio Sala cerano due poeti, e in quello di Silvestri quattro allenatori. Leggerete la verità sul sosia di Ruben Paz, i parastinchi di Scanziani, il bulgaro che non giocò nel Genoa; potrete persino telefonare a Vandereycken. E vi accorgerete che negli ultimi anni siamo stati Desolati, Brilli, Testoni: genoani, in una parola. Orgogliosi di esserlo. 

  ore 11:20 [ ]
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07.06.2004

MYSKINA PRIMA, CON GAUDIO

Storie di tennisti per caso, a Parigi. O, a voler essere galantuomini, di trionfatori non annunciati. Anastasia Myskina, Numero Uno di Santa Madre Russia e Gastón Gaudio, argentino, sono i nuovi sovrani di Francia. La Coppa dei Moschettieri trova posto nella scarna bacheca del no. 44 al mondo. Quella per le demoiselles, una volta tanto, non prende la via di chez Williams, né quella delle (H)Ardenne. Ci sarà qualche bookmaker sul lastrico, nella notte di Parigi. E chissà in quale scatolone polveroso il maestro di cerimonie avrà scovato gli inni nazionali di Russia e Argentina. Sì, perché lultimo (e unico) argentino a vincere qui il singolare maschile era stato Vilas, nel 77; Myskina è addirittura la prima russa a vincere un torneo del Grande Slam. Non si è dovuta impegnare poi tanto, lultima dei Romanov, per aggiudicarsi la finale: il suo torneo lo aveva già vinto stroncando Venus e Capriati. Fuori anche Serena, dispersa la Clijsters, giustiziato -dall azzurra  Garbin - quanto arrivato qui della Henin: così è maturata la finale tra Anastasia e la sodale Dementieva. Una finale inedita, russa al quadrato: russe le contendenti, a russare gli spettatori. Di partita, ahiloro, se ne è vista poca. La biondona, che contende a Kirilenko e Sharapova la palma di Prima Pin-Up del circuito, si è sciolta in unora davanti allamica dinfanzia. 1-6 2-6, il verdetto, con 33 errori non forzati e 10 doppi falli: numeri da Kournikova. Così, oggi Myskina diventerà numero 3 del ranking e Dementieva, in passato argento olimpico e semifinalista agli U.S. Open, darà il nome a una nuova patologia di braccino. Magari lascerà una copertina ad Anastasia, brutto anatroccolo che neppure sul trono, per timidezza o per lapparecchio ai denti, ha sorriso.Se Mosca non ride, addirittura piange Buenos Aires. Gastón Gaudio, uno che non aveva mai vinto nemmeno un Master Series, scoppia in lacrime dopo cinque set da Commedia dellArte contro il connazionale Coria: El Mago, numero 3 del mondo. Vince due set (6-0 6-3) in unora, Coria, e già per Gaudio si paventa la sindrome Dementieva. Lui non se la prende (nomen omen) e ammicca alla ola con cui il pubblico sembra volergli addolcire il funerale. Ride, e la risata seppellisce lombroso Coria, che perde il terzo set (4-6), si fa male e si ripresenta per il quarto fasciato come Tutankhamon. Non può servire, si muove a malapena: sembra luccellino di Del Piero caduto dal nido, e paga un 1-6. E allora che laltro si imbarazza (successe anche a Lendl il Terribile, contro Chang), e comincia a giocargli addosso. Sembra di nuovo la Dementieva, Gaudio. Senza la desinenza finale. Mancini (Alberto, che fu Re di Roma prima di Bobby-gol e del romanista Amantino, e oggi sembra Poncherello dei ChiPs) è il coach di Lazzaro Coria. Si agita e sbuffa quanto la sua graziosa señora sospira e si strugge. Non credono ai loro occhi, invece, papà Vilas e la vecchia volpe Nastase; davvero non sembra tennis, quello in campo, tanto che -oplà- sbuca fuori anche uno striscione pro-Maradona. Il finale è di puro pathos, vede Coria abortire due match-point per poi crollare sul traguardo come Dorando Pietri: vince Gaudio, 8-6 al quinto. Anche Anastasia aveva annullato un match-point, negli ottavi, anche lei - come Gastón il Fortunato - aveva visto quella palla rimpicciolirsi, fino a saltellare sulla roulette. Più che Parigi, sembrava Montecarlo. Roland Garros, il famoso croupier.

  ore 19:00 [ ]
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03.06.2004

LA FERRARI A DUE RUOTE

A maggio, la Nazionale degli Italiani è rossa. Non la trovate a Coverciano, non è a Maranello. Anche se è veloce, molto, e vorace. A maggio, la Nazionale si chiama Saeco: capace di unire tutto il Paese, da Montevergine -cuore dIrpinia- fino alle vette dolomitiche di Falzes e Bormio. Un secolo e mezzo dopo Garibaldi, le Casacche Rosse di Cunego e Simoni hanno (ri)fatto lItalia. Doveva essere il Giro del Gibo, primo a Milano già due volte e Maglia Rosa in carica. Manco a farlo apposta, il rivale numero uno portava la maglia gialla di Stefano Garzelli, primo al Giro dinizio millennio. Colore infausto -per lItalia a pedali di oggi- il Giallo Tour. Appannaggio da cinque anni di un signore che al Giro manco si presenta; ancora più lontano, il Giallo, da quando lultimo italiano a vestirlo se ne è andato. Infausto pure per Garzelli, le maillot jaune. Nulla da fare contro le Freccie Rosse, come lanno scorso, come due anni fa. Anzi, peggio: questanno, di cavalli(ni) di razza, ce nerano due. Quando Cunego vinse a Pontremoli, si applaudì a unimpresa per molti destinata a non ripetersi. Il giorno dopo, verso Corno alle Scale, scatto di Cunego (Sembra Pantani azzarda qualcuno), Simoni lo va a riprendere, lo pianta; il Bocia reagisce, ma è solo secondo. Stesso ranking, i due, in classifica generale. Il Giro degli altri è già disperso, da qualche parte sullAppennino. A chi aspetta Simoni a Milano, Cunego risponde a Montevergine. Vince al Santuario, e passa Sei Giorni in Rosa. Riferimenti quasi biblici, lombra di una predestinazione. Chi vinse il Giro partendo dal gregge ? Un nome tra gli altri, Fausto Coppi. Appunto. La crono di Trieste è solo una parentesi, con due ucraini a dividersi il piano nobile della classifica generale. Ma no, non dureranno.Sulle prime Dolomiti, verso Falzes, la Saeco diventa Ferrari: meccanismi perfetti, gioco di squadra al limite dello spudorato. Mazzoleni e Tonti in fuga dallalba, e poi fermi a ciglio strada, panino e lattina come le decine di cicloamatori svaccati sui prati intorno. Aspetto Cunego dice Tonti alle telecamere. Il veronese si lascia guidare in discesa dagli angeli custodi, poi vola via da solo. Sembra Pantani un refrain già sentito. Mani basse sul manubrio, le gambe una frusta: caspita, lo sembra davvero. Vince con quattro minuti sugli ucraini in Rosa, il doppio di quanto doveva recuperare. E Simoni? Lha lasciato andare, anzi no, anzi sì ma gli è scocciato. Non è la Ferrari: troppe ruote -addirittura diciotto!- e poi quando (mai) kaiser Schummi ha lasciato andare il gregario? Sarà che questi sono Fratelli dItalia, tra Palù di Giovo e Verona meno strada che tra Kerpen e São Paulo; pas Todt, in Saeco, and no Brawn. Fratelli dItalia (non me ne vogliano Stangelj e Szmyd), chè pure il telaio made in USA, senza quei muscoli cresciuti a rigatoni, servirebbe a poco. Si imbizzarrisce, la Cannondale di Damiano, sulla strada per Brunico. Lui, con la grinta del parón, non si scompone... troppo. Idem con salite il giorno dopo, quando è invece Garzelli a impennare sul Gavia: le caffettiere lasciano fare, rientrano in discesa e poi salutano la compagnia. A Bormio, già che cè, la Maglia Rosa si concede il lusso di traghettare il capitano fino al terzo posto in graduatoria, prima del rendez vous -in beata solitudine- con madama nike. Così sono quattro, le vittorie: ce ne fossero ancora -di montagne- questo farebbe meglio di Petacchi. Quattro vittorie a una, la spartizione delle tappe. Per Gibo ci sono gli estremi della lesa maestà; e il giorno dopo attacca, con lex duellante Garzelli, sulla Cima Pantani; il Mortirolo, insomma. E a caccia del secondo posto, Simoni, dicono dallAmmiraglia. Solo strategia, dunque: Martinelli o Machiavelli? Il vantaggio massimo, sul passo del Vivione, non arriva a due minuti. Prima che Cunego in discesa faccia il Giotto, e sullultimo GPM vada a caccia dei fuggitivi. Alla Presolana, Simoni ha mangiato a Honchar il novantacinque-per-cento del vantaggio: a tre secondi dal capolavoro, è tempo di sipario. Ultimo giorno di scuola, quello in cui Damiano lhockeysta pattina sui Campi Elisi tra Porta Venezia e Porta Vittoria. Sincrociano, la Nona Sinfonia di Petacchi -Cannibale Gentiluomo- e i festeggiamenti per lenfant prodige di casa Saeco. Basi e abrasi sul podio, tra (ex) gregario e Capitano: per la Rossa, il terzo Giro consecutivo. E adesso? A giugno la Nazionale è di nuovo Azzurra, sui prati lusitani. Ma il 3 luglio, da Liegi, si ricomincia a pedalare. Garzelli non ci sarà, al Tour; se vedrete un italiano in Giallo, sarà perchè i Signori in Rosso hanno messo il caffè -puro espresso italiano- sulla coda di Armstrong. Quello, sì, sarebbe un capolavoro.

 

 

  ore 09:26 [ ]
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24.05.2004

MEGLIO UN GIORNO DA PITBULL
Come si dice incredibile in spagnolo? Come spiegare un Real Madrid che, con un lusinghiero ruolino di cinque sconfitte negli ultimi cinque turni, dovrà giocare i preliminari -il primo turno, addirittura- di Champions League? Eppure, los Galacticos, nove Coppe Campioni vinte - tre delle ultime sette - saranno in campo già a Ferragosto, coinvolti in qualche irritante bega paesana con i campioni di Svizzera o Grecia. Nei preliminari, peraltro, godranno la compagnia di altri Re di Coppe: Manchester, Juve, forse anche il Monaco dei miracoli. Tra il crollo dei blancos e quello dei bianconeri, però, un ingombrante comune denominatore: con un nome e un cognome, Edgar Davids. Alla Juve non serviva (e si è visto), e Fenomenalandia certo non poteva essere interessata ad un uomo che fa del pressing - ¡che orrore! - il suo marchio di fabbrica: così, il Pitbull è andato al Barcellona, a fare quello che Gattuso fa nel Milan. Vincere le partite. Il Buco Nero lasciato dallolandese ha permesso alla Juve di battere tutti i record di gol subiti, fino ad esser tagliata fuori dallo scudetto a secoli dallultima di campionato, e condannata alla Champions di servizio già tre settimane prima della fine dei giochi. Nemmeno una Coppa Italia, ha portato a casa, la Juve. Quanto al Real, matato dal terrestre Morientes, mentre persino il Villareal andava avanti in Europa, si è accorto ben presto di essere solo allinizio dell incubo. Il vantaggio in campionato, abissale, ha pagato pegno alle bizze di Figo, Zidane e Beckham, espulsi uno alla volta nelle ultime, decisive, partite. Mentre il Barcellona di Davids - il Rissaiolo, lIngestibile - pativa sì e no un paio di sconfitte, fisiologiche, negli ultimi cinque mesi di Liga. Un vero primato, come quello (diamo a Perez quel che è di Perez) del Madrid: più di tre sconfitte in fila, i Reali di Spagna, non le avevano mai messe. Salutati Valencia, Barça e Depor, per il Presidentissimo inizia ora il momento delle scelte: è in campagna elettorale, con molto da farsi perdonare. Sembra dispo-sto a fare follie per Van Nistelrooy, ponti doro a Totti, di tutto per Gilardino. Per Samuel, invece, ha tirato sul prezzo fin quasi a perderlo Come si dice incorreggibile in spagnolo?! Quanto a Davids, che ha vinto da solo il campionato del Barcellona (giunto secondo, è vero, ma in rimonta dal 15° posto) radiomercato lo da di ritorno in Italia. Quasi certamente, anzi, approderà allInter: e allora vuoi vedere che magari lanno prossimo Per i miracoli nessun problema sembra abbia commentato lolandese Per la fantascienza, mi sto attrezzando.

  ore 14:47 [ ]
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24.05.2004

22/5/04: IL RITORNO DEL PRINCIPE
Ci voleva Tomasone. Già. E bastato che il Figliol Prodigo di Boemia rimettesse i suoi piedoni sulla pelouse del Ferraris, per ridare coraggio al Genoa balbettante degli ultimi tempi e idealmente guidarlo a una rimonta da brividi sui (presunti) Marziani di Sardegna. Già, ci voleva il Colosso di Praga (ancorchè in un insospettato completo blu) per risvegliare listinto dariete di Sasa Bjelanovic. Di nuovo in gol, con la specialità della casa, dopo un lungo oblio; e ancora Pichichi -da questa sera in doppia cifra- tra i rossoblu. Ci voleva Tomas, e anche Sasa. E ci voleva Diego. Alberto. Miiiiilito. Iniziali nobili, quelle del puntero di Avellaneda: le stesse di Maradona, e quasi (due su tre) quelle di Mozart. Nobile anche il soprannome, El Principe: lo era stato Tiziano Manfrin, principe a Genova, e per il tempo di una vodka Igor Dobrowolski. A Cagliari, invece, Principe era Enzo Francescoli. Devono averne visto lo spettro, ieri sera. Inafferrabile, roba mai vista nemmeno ad Elsinore, e tagliente come una lama. Sulla corona tre gol (che fanno sei nelle ultime quattro partite, e nove in un paio di mesi), capaci di annichilire il Dream Team isolano, e dissolvere le nubi esistenziali dellamletico Genoa di maggio. Un morso da cobra, dove osano solo gli attaccanti di razza, il primo. Un rigore chirurgico (con palla medica, provateci un po voi) il secondo. E una volata di settanta metri, per il terzo, con due tocchi da tanguero in principio e fine dazione. Quasi un sigillo, l in hoc signo di una resurre-zione arrivata -cose da Genoa- ben sei settimane dopo Pasqua. E stato così, che a fine gara, lamabile Cellino si è visto restituire un ombrello perduto al 2 della ripresa. Preziosi jr, con il gesto reso celebre da Totti, ha ricordato al presidente sardo come ci si comporta in presenza del sangue (rosso)blu. Perché magari Cellino, di Francescoli, non si ricordava più Ma Milito? Chissà cosa ne pensa, Diego Alberto lArgentino, del portare il nome di battaglia di un Hombre en Celeste ? Come la prenderebbe, lUomo dai Pattini dArgento, se gli dicessi che questa sera sembrava un Uruguagio (intendo uno, in particolare) anche a me? Chissà: forse anche Tomasone, questa sera, ha visto lo stesso Fantasma.

  ore 14:21 [ ]
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22.05.2004

BLATTER, BASTA FIFA: è diventato un Cuor di Leone
Ho fatto un sogno. Era un sogno a puntate, e non cominciava per il meglio. Ho sognato i Leoni Indomabili dAfrica che di nuovo si piegavano (proprio loro, che ti pare di vederli mentre si allenano scalzi nella savana) alle ferree leggi del marketing: per uno sponsor tedesco, come se non bastasse, che porta il nome di una bestia americana! E dunque, dopo la canotta dello scorso Mondiale, ecco i ragazzi del Camerun giocare al pallone strizzati in un body a metà tra le tutine da crono di Cipollini e le guaine delle pallavoliste brasiliane. Più che una squadra di calcio, sembravano un numero di Sports Illustrated. I nostri Eroi in Calzamaglia passano comunque le eliminatorie (siamo in Coppa dAfrica, quasi dimenticavo) e a questo punto la Fifa decide che il loro look non è regolare. Sì, la Fifa!! Quella stessa dei numeri dalluno al novantanove, del golden gol -anzi silver, anzi no- quella che parla di allargare le porte e che, vietando al portiere di prendere con le mani i retropassaggi, ha stroncato più di una carriera. La mia, quanto meno. Blatter è scandalizzato -tutta quella roba in vista, cielo!- e vieta al Camerun di indossare il body nei quarti di finale. Ovviamente lo sponsor felino la pensa diversamente, e i Verdi di Yaoundé di conseguenza. Così, il sogno vira verso lincubo: il Camerun viene eliminato, ed è già in seria difficoltà per le qualificazioni mondiali. Gli sono stati inflitti sei punti di penalizzazione, questo il prezzo della rivolta. Nel mio sogno, a questo punto, ci sono 52 federazioni africane che si appellano alla Fifa, chiedendo che la penalità venga cancellata. Alcuni di quei paesi (tecnicamente molto inferiori al Camerun) avrebbero tutto da guadagnare da quel "meno sei" ma il fronte è compatto, e il buon papà Blatter revoca il castigo. Forse i Leoni non potranno andare al cinema per due settimane, e restare a ripulire le loro stanze. Ma le qualificazioni, si giocheranno ad armi pari. Lo stesso giorno, senonché, Papà Blatter ridiventa severo: ma non ce lha con le piccole federazioni africane, tuttaltro. Tuona contro i G-14 (Milan, Real, Manchester ci siamo capiti) contro chi boicotta le Nazionali, contro chi pretende -avendo portato il pallone- di poter giocare con le proprie regole. Il calcio è di tutti tuona la Fifa e chi fa il prepotente se la vedrà con noi. Doveva essere un sogno, perché quella in cui mi trovavo sembrava davvero unaltra epoca: Blatter era buono, la Fifa non aveva fifa dei politici, e il calcio era solo un gioco. Magari, se continuo a dormire, vinciamo pure gli Europei.

  ore 10:45 [ ]
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18.05.2004

SUDAFRICA, I COLORI DELLA COPPA
Cè una foto, che farà il giro del mondo. Ritrae Nelson Mandela, mentre alza al cielo la Coppa del Mondo. Certo, quella Coppa: tre chili e mezzo doro, scolpiti nel 1974 dal Maestro Cazzaniga e oggi in bilico tra ben altri maestri: Argentina, Brasile, Germania, due successi a testa. Se nellestate 2006 -proprio in quelle Arene di Cermania in cui il trofeo esordì- a vincere sarà una di queste tre, Mandela e la Coppa non si inconteranno più. Diversamente, sarà proprio il Vecchio Pugile, nellanno di grazia 2010, a consegnare lambito premio al capitano della squadra vincitrice. Dei Mondiali. In Sudafrica. Un verdetto epocale, quello pronuciato dalla FIFA: lunico appuntamento in grado di stare a pari allOlimpiade, assegnato al Paese più a lungo escluso dal Grande Giro dello sport. Battute la Tunisia campione dAfrica, il potente Egitto, la Libia -per sostenere la cui candidatura Gheddafi (il Capitano -della Nazionale- non il Colonnello) era volato a Ginevra pochi minuti dopo un intervento chirurgico. Un cammino che inizia nel 1984 quando i Queen, stessa razza di chi inventò il calcio, per primi ruppero lisolamento del SudAfrica. Noi suoniamo per la gente, dissero. Dovette però arrivare il 1995 perchè i Mondiali di Rugby (il terzo evento -per audience- del pianeta) sancissero la fine dellapartheid. La fine di un incubo, di una vergogna, di un pozzo che pareva senza fondo. Come quella cella, a Robben Island. Cera una foto, in quel 1995, che fece il giro del mondo. Ritraeva Nelson Mandela, maglia verde e springbok sul cuore, mentre consegnava il trofeo al capitano delle Gazzelle, François Pienaar. Sport da bianchi, il rugby, inglese ancor prima che boero: ma su quel palco, un bianco enorme stava innanzi a un anziano ex galeotto di colore: quasi piangeva dallemozione, lomone. Venne poi la Coppa dAfrica, e questa volta la maglia di Mandela era bianca, verde, oro: era il Sudafrica dei Bafana Bafana, quello, e la star era Philemone Masinga. Era nero, Phil, ma furono in pochi a farci caso. E ora, i Mondiali: il 2010 vedrà Kakà e Cavenaghi scattare tra i rinoceronti del Kruger Park, Torres e Rooney tuffarsi dove lOceano Indiano incontra il Pacifico: (verde) pallido luno, quasi nero laltro. Ma nessuno, ormai, ci fa caso. Cè una foto, che farà il giro del mondo. Ritrae Nelson Mandela, mentre alza al cielo la Coppa del Mondo. Oro il trofeo, oro la camicia jacquard del Vecchio Pugile, oro -sotto ai riflettori- le mani che stringono la coppa, il viso che le sorride. Sola, a far contrasto, la testa canuta del Presidente: i capelli grigi di un paese che non distingue più tra bianco e nero. Che ne ha passate tante e, un passo alla volta, sta diventando grande.

  ore 15:22 [ ]
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18.05.2004

KA MATE, KA ORA
Dedicato al grande (e grosso) Keith Uncle Fester Wood, hooker di Erin, del cui ultimo cap ho avuto lonore dessere testimone - Novembre 2003 Ero già stato al Canberra (lunico stadio in Australia che porti il nome della città), casa dei bellicosi Brumbies e teatro della sfida Italia-Galles. Mi ero commosso, la mano sullo scudetto tricolore, mentre -cinque anni dopo Dublino- riscoltavo Fratelli dItalia da emigrante: forse anche perchè, allestero, a nessuno passa per la testa di ritmarla con i battimani, come fosse la Radetzsky Marsch al Concerto di Capodanno. Questa sera, però, è diverso. Nellirreale capsula di Telstra Dome (hanno chiuso il tetto, e mi sa che se qualcuno ci capovolge viene fuori anche la neve) giocano il Sudafrica -Campione del Mondo 1995- e la Nuova Zelanda -Campione del Mondo 1987 titoli a parte, gli All Blacks. Chi dice di non capire il rugby, non è mai stato a una partita. Perché, primo: le regole sono davvero semplici. Avanzare facendo muovere lovale -una danza- solo allindietro. Dare il massimo, uno per tutti e tutti per uno. Giocare lealmente. Giocare, soprattutto. Secondo: potete anche non saperle le regole. Tanto, le assorbirete con latmosfera, la birra (o il whisky: dipende chi gioca), le chiacchiere di chi il destino vi ha messo di fianco. Prima del fischio dinizio, ho alla sinistra un gruppo di springboks, alla destra tizi che potrebbero essere kiwis. O spie russe. O pinguini. Al minuto cinque ho intorno solo amici. E stiamo bevendo insieme. Certo che poi, quando in campo cè Carlos Spencer con il suo cilindro, quando vedi un bruto delle dimensioni di Mealamu sgusciare da una mischia come una seppia e volare in meta con tre gazzelle in spalla be è facile che ti venga voglia di vederne altre, di partite! Io ne ho vista solo unaltra, per questi Mondiali: ai quarti di finale ero già in Italia, e comunque non cerano biglietti. Non a caso Federation Square, la sera di Wallabies-Scozia sul maxischermo, sembrava un for-micaio in agosto, a Riccione. Sono stato, dicebvo, a Francia-Irlanda, ma non la so raccontare: da tifoso, ero troppo preso per ricordare qualcosa dopo. Avrei però voluto vedeste il prima, un via vai di elmi, cilindri e barbe rosse da leprechaun, creste da galletto, baschi, papillon, tricolori delluno o laltro tipo Lavreste presa per una festa di bambini. Be, quasi. Era una partita di rugby.

  ore 12:43 [ ]
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12.05.2004

QUESTO CALCIO, DUE PALLONI!
Capita, in un pomeriggio di mezza primavera, di ricordare quanto i soldi non diano la felicità. Certo, non quando si parla di Sport. Ho scritto Sport, e la maiuscola non è un errore di battitura: eppure, cè chi ciclismo, nuoto, rugby, li chiamerebbe sport minori. Ben altri ámbiti, quelli ambíti dai Grandi Sponsor, dai padroni del Vapore; o del Fumo, se preferite, sempre di più per mascherare lassenza dellarrosto. Prendete lepica gara 3 dei playoff di pallanuoto, giocata venerdì sera in una Punta SantAnna che disegnata da Melville, o Conrad: onde abnormi a marcare i centroboa, fischi di tramontana a confondere quegli degli arbitri, e pochi -felici pochi- spettatori zuppi dacqua sotto un cielo degno di Agincourt. Nemmeno uno -tra quei pochi- dei molti imbecilli presenti alla Scala del Calcio per latto conclusivo della serie A calcistica. Oppure, prendete la tappa del Giro con arrivo a Corno alle Scale, nel cuore dellAppennino. Scatta Cunego, e a qualcuno sembra Pantani, quello che andava in bici; Simoni, come Merckx, lo va a riprendere, lo rampogna a colpi di pedale e inghiotte la tappa. Maglie rosso Ferrari, i due, ma nessun ordine di scuderia a dettare il podio. Una questione dOnore, semmai, una scena che pare uscita dallo Jarmusch di Ghost Dog o dai Rugby Tales del vecio Bollesan. Niente classifica a tavolino e il Delfino, che per un momento pare stordito, ci dà dentro e chiude a pochi secondi. Capitano e Gregario, primo e secondo, anche in classifica generale. Fino a domani. Storie di Maestri e Discepoli, fantascienza quasi da Jedi, come quella arrivata lunedì sera da Madrid: non quella dei Galacticos, stracciati dai campesinos di Valencia, ma la Madrid degli Europei di Nuoto. E, ancora, lo sport da lacrima, da batticuore, con Tania Cagnotto che scende come un angelo dalla piattaforma, e tutto quello che fa schizzare sono i 10 dal tavolo dei giudici. Il primo abbraccio per il suo Maestro. Papà. Momenti di Gloria -Liddell in bici e Abrahams in costume da bagno- lontani dalla Formula Schumacher, ormai insostenibile, dal calcio ipertrofico che vede il Parma (al) Verde battuto dal giocatore che lInter gli ha preso poche setti-mane fa, il Milan far la figura della Cozza e i Romanisti quella dei Ravanelli. Momenti, flash da mettere sullEncicolpedia, alla voce Sport, senza curarsi del Totonero edizione 2003-4 (sono sempre i peggiori, che ritornano), nè di un palinsesto che strombazza solo Juve-Lazio, retour match di Coppa Italia. Una finale, un trofeo, di cui non frega a nessuno. Nemmeno a Juve e Lazio.

  ore 12:52 [ ]
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12.05.2004

CRONACHE DAL TERZO ANELLO*
Quando nacque Enrico Ameri, anno di grazia 1926, nel Genoa di Mister Garbutt giocavano De Pra, De Vecchi, Barbieri (sì, Ottavio) e Levratto. Lincipit della Juve campione dItalia era Combi - Rosetta - Caligaris, gli USA portavano a casa la settima Coppa Davis consecutiva. Brunero vinceva il Giro, guastando il pokerissimo di Binda. Quando vide la luce Sandro Ciotti, si era nel 28, lInter di Meazza esordì con un 6-1 alla Dominante (di Sampdoria non si sarebbe parlato per altri ventanni) ma pagò dazio allorché si vide infliggere dal Genoa gli stessi sei gol, a zero. Campione fu il Toro, mentre Lacoste vinceva a Wimbledon, e Walt Disney inventava Topolino. Lanno di nascita di Nando Martellini, 1921, vedeva la Pro Vercelli ammazzare i campionati; Einstein riceveva il Nobel per la Fisica e il simbolo olimpico con i cinque cerchi aveva esordito lanno prima ad Anversa, dove Nedo Nadi aveva toccato, al fin della licenza, ben cinque medaglie doro. Quando nacqui io, nel meno lontano 1969, il Genoa stava scivolando in terza serie; il Giro sarebbe andato a Gimondi, il Tour doveva essere il primo dei 4 consecutivi vinti dal Cannibale Merckx. Mi ero perso Nuvolari e Fangio, Coppi e Bartali, Jesse Owens e Abebe Bikila; avevo bucato due titoli mondiali dellItalia (e uno Europeo) e un sacco di altre faccende importanti. Loro, però, cerano: Sandro, Enrico, Nando. Sandro il viveur, voce nera e colletti extralarge, figlioccio di Trilussa. Violinista, sce-neggiatore, araldo di quaranta Festival di Sanremo e cantore del Cagliari scudettato di Giggirriva. Quattordici Olimpiadi, cinque anni al timone della Domenica Sportiva, ben altra cosa dal CostanzoShow in scala di oggi. Enrico il burbero, terrorizzato dai ritardi, giocatore accanito di scopone. LIndocina come palestra, viatico a quel campo principale che sarebbe divenuto il suo regno. Scusa, Ameri voleva dire golletti da Firenze, Napoli, Verona mentre -animato dalla sua cronaca- andava in scena il big match. Milleseicento radiocronache, lultima la più bella (per lui, genoanissimo) da Marassi. Genoa-Juve 2-0, e che calasse pure il sipario. Nando il papà della Nazionale, uno dei 25 uomini (con Bearzot, e Pertini) che piegarono gli Unni e ci riportarono sul tetto del Mondo: lì cero, davanti alla tv, e il triplice Campioni non me lo scorderò mai. Voleva fare il diplomatico, Nando il poliglotta, e fu proprio un incidente diplomatico (Carosio apostrfò un guardalinee etiope, e fu richiamato) a mandarlo in Messico: il primo, dei suoi tanti Mundial. Nando, Enrico, Sandro, senza bisogno di cognomi, come fossero tre amici di quelli con cui si faceva notte a giocare in Piazza Rossetti. Tre moschettieri -la parola può più della spada- che hanno deciso di passare la linea tutti assieme. Per riunirsi magari a Paolo Dartagnan Valenti, quello che arrivava dopo di loro -con le immagini- e che per primo, però, se nera andato. Voci di un calcio che esiste ancora, se solo ci sforziamo, se chiudiamo gli occhi e li ascoltiamo, ancora una volta, irrompere dal Cibali.
*(pubblicato sul Corriere della Sera, versione Web, 06/06/2004)

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  L'AUTORE: Alberto Isola nasce a Genova, nell'Anno di Grazia 1969. E'genoano dalla nascita, e grafomane da poco dopo. Attualmente si aggira per Milano, ove fa il Giornalista Fantasma, il Copy a Cottimo & (quando pu) il Grande Viaggiatore. Vive con Emanuela, Gh'Ira, e miliardi di ottimi neuroni. Domani decider cosa fare da Grande.

 

 

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